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	<title>inquinamento - Ecospiragli di Anna Simone</title>
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	<description>Una finestra sull&#039;ecologia e sull&#039;ambiente</description>
	<lastBuildDate>Mon, 20 Dec 2021 20:23:43 +0000</lastBuildDate>
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	<title>inquinamento - Ecospiragli di Anna Simone</title>
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	<item>
		<title>FAO: attenzione alle emissioni della fase di trasformazione dei sistemi alimentari</title>
		<link>https://www.ecospiragli.it/2021/12/17/fao-attenzione-alle-emissioni-della-fase-di-trasformazione-dei-sistemi-alimentari/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Ecospiragli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Dec 2021 06:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inquinamento]]></category>
		<category><![CDATA[emissioni filiera agricola]]></category>
		<category><![CDATA[emissioni filiera alimentare]]></category>
		<category><![CDATA[monitoraggio emissioni carbonio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ha preso il via il monitoraggio delle emissioni carbonio dei sistemi agroalimentari in tutto il mondo. La fase più impattante, di questo passo, potrebbe essere presto quella della trasformazione alimentare e non quella agricola.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.ecospiragli.it/2021/12/17/fao-attenzione-alle-emissioni-della-fase-di-trasformazione-dei-sistemi-alimentari/">FAO: attenzione alle emissioni della fase di trasformazione dei sistemi alimentari</a> proviene da <a href="https://www.ecospiragli.it">Ecospiragli di Anna Simone</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Per sconfiggere il nemico bisogna conoscerlo. Va in questa direzione l’iniziativa della <strong>FAO</strong>, l&#8217;Organizzazione delle Nazioni Unite per l&#8217;alimentazione e l&#8217;agricoltura, che ha presentato una nuova <strong>banca dati</strong> per monitorare le <strong>emissioni di carbonio dei sistemi agroalimentari</strong> in tutto il mondo. L’agricoltura e lo sfruttamento di suolo in un futuro prossimo potrebbero<strong> non</strong> essere i maggior contributori di gas a effetto serra dell’agrifood, a causa della forte crescita di quelli generati dalla <strong>trasformazione alimentare</strong>:<strong> imballaggio, trasporto, refrigerazione, vendita al dettaglio, consumo domestico e smaltimento dei rifiuti.</strong></p>



<p>Il quadro emerge da un nuovo studio, <em>“<a href="https://www.researchgate.net/publication/355984070_Pre-_and_post-production_processes_along_supply_chains_increasingly_dominate_GHG_emissions_from_agri-food_systems_globally_and_in_most_countries" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Pre- and post-production processes along supply chains increasingly dominate GHG emissions from agri-food systems globally and in most countries</a>”</em> condotto appunto dalla FAO e firmato da ricercatori di diverse istituzioni (compresa l’ONU), che richiama l’attenzione su quei <strong>fattori inquinanti non correlati alle attività agricole né ai cambiamenti nell&#8217;uso del suolo</strong>.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Occhio alle emissioni inquinanti della filiera alimentare</h3>



<p>“La tendenza più importante nell’ultimo trentennio a partire dal 1990 &#8211; osserva <strong>Francesco Tubiello</strong>, responsabile statistiche ambientali FAO &#8211; è il ruolo sempre più rilevante delle <strong>emissioni inquinanti</strong> legate al cibo e generate nei <strong>processi di pre e post produzione</strong> lungo le filiere alimentari. Ciò ha ripercussioni per le strategie nazionali di mitigazione, considerando che fino a poco tempo fa queste si sono concentrate principalmente sulla <strong>riduzione all&#8217;interno dell&#8217;azienda agricola</strong> e sulla <strong>CO<sub>2</sub> derivante dal cambiamento di uso del suolo</strong>&#8220;.</p>



<p>Da qualche anno a questa parte stanno iniziando a pesare molto le emissioni legate alla <strong>vendita al dettaglio</strong>, compresi i &#8220;<strong>gas fluorurati</strong>&#8221; legati alla <strong>refrigerazione</strong> e agli impatti climatici, che si sono <strong>moltiplicati più del settuplo dal 1990</strong>, mentre quelli provenienti dai <strong>consumi delle famiglie</strong> sono <strong>più che raddoppiati</strong>.</p>



<p>Mentre le <strong>emissioni dei sistemi alimentari</strong>, in proporzione al totale, sono diminuite a livello globale dal 40% nel 1990 al 31% nel 2019, nei Paesi in cui predominavano i moderni sistemi agroalimentari si è verificato il contrario, ovvero sono <strong>aumentate dal 24% nel 1990 al 31% nel 2019</strong>. Un aumento delle emissioni trainato per lo più dall&#8217;<strong>anidride carbonica, </strong>a conferma del peso crescente dei processi di pre- e post-produzione che normalmente prevedono l&#8217;utilizzo di <strong>energia derivata da combustibili fossili</strong>.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Filiera alimentare e filiera agricola</h3>



<p>Dallo studio emerge che dei 16,5 miliardi di tonnellate di<strong> emissioni di gas serra </strong>dovute alle emissioni totali globali <strong>dei sistemi agroalimentari </strong>nel 2019, 7,2 miliardi di tonnellate provenivano dalle imprese agricole, 3,5 dal cambiamento di uso del suolo e 5,8 miliardi di tonnellate dai <strong>processi di trasformazione della catena di approvvigionamento. </strong>E quest’ultima categoria emette già <strong>la maggior quantità di anidride carbonica</strong>, la metrica chiave man mano che si accumula, mentre le attività <strong>nelle aziende</strong> agricole sono state di gran lunga le maggiori emettitrici di <strong>metano e protossido di azoto</strong>, senza dimenticare che il decadimento dei rifiuti alimentari genera altrettanto significativi quantità di metano.</p>



<p>La FAO ora ha reso tutte queste informazioni disponibili sul portale <a href="https://www.fao.org/faostat/en/#data" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>FAOSTAT</strong></a>: una <strong>banca dati legata a 236 Paesi e territori nel periodo 1990-2019</strong>, che viene aggiornata annualmente. Un’iniziativa scientifica che può aiutare sia chi amministra sia i consumatori sia gli imprenditori del comparto <strong>agroalimentare</strong> a comprendere nel dettaglio il reale impatto delle catene di approvvigionamento globali, nell’ottica di <strong>riduzione delle emissioni</strong>.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.ecospiragli.it/2021/12/17/fao-attenzione-alle-emissioni-della-fase-di-trasformazione-dei-sistemi-alimentari/">FAO: attenzione alle emissioni della fase di trasformazione dei sistemi alimentari</a> proviene da <a href="https://www.ecospiragli.it">Ecospiragli di Anna Simone</a>.</p>
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		<title>Giornata Mondiale degli Oceani: festeggiamola e capiamo da cosa sono minacciati</title>
		<link>https://www.ecospiragli.it/2021/06/08/giornata-mondiale-degli-oceani-festeggiamola-e-capiamo-da-cosa-sono-minacciati/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Ecospiragli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 Jun 2021 14:06:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inquinamento]]></category>
		<category><![CDATA[giornata mondiale oceani]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Oceano: vita e sostentamento è il tema di quest’anno per la Giornata Mondiale degli Oceani, evento di sensibilizzazione riconosciuto dall&#8217;Onu</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.ecospiragli.it/2021/06/08/giornata-mondiale-degli-oceani-festeggiamola-e-capiamo-da-cosa-sono-minacciati/">Giornata Mondiale degli Oceani: festeggiamola e capiamo da cosa sono minacciati</a> proviene da <a href="https://www.ecospiragli.it">Ecospiragli di Anna Simone</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>Oceano: vita e sostentamento</em> è il tema di quest’anno per la <a href="https://worldoceanday.org/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Giornata Mondiale degli Oceani</a>, evento di sensibilizzazione riconosciuto dall&#8217;Onu dal 2008, che festeggiammo ogni 8 giugno in tutto il mondo.<br>Centinaia di organizzazioni si sono mobilitate per celebrare questa Giornata, con eventi in presenza e virtuali. L’obiettivo è puntare i riflettori sulle minacce della nostra epoca per gli oceani, che sono tante, a partire dall&#8217;inquinamento da plastiche.</p>



<p>Si calcola che in <strong>media ogni anno 8 milioni di tonnellate di plastica finiscano in mare</strong>, e al momento se ne stimano oltre 150 milioni disperse. Una cifra spaventosa.<br>Arrivano soprattutto dai grandi fiumi di Asia sudorientale, Africa e America Latina, ma anche in Europa abbiamo la nostra parte di responsabilità. Gli scienziati sono in allarme perché secondo una ricerca del World Economic Forum, di questo passo <strong>nel 2050 negli oceani il peso complessivo della plastica supererà quello degli animali marini</strong>.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Plastiche disperse</strong></h2>



<p>Gli oceani sono affascinanti e nello stesso tempo fondamentali per la sopravvivenza umana, sia come fonte di cibo sia per la regolazione della temperatura terrestre.<br>Le risorse idriche purtroppo sono le più colpite dall’inquinamento da plastica, il cui allarme maggiore è rappresentato dalle <strong>microplastiche, minuscoli frammenti di plastica le cui dimensioni vanno da un millimetro fino a pochi micron</strong>. Studi recenti dimostrano che ormai si trovano ormai, dagli oceani all’aria e alle rocce, fino al cibo e all’acqua che beviamo.</p>



<p>Anche l’acqua in bottiglia non ne è esente.<br>Da un recente studio emerge che <strong>il 93% delle bottiglie di acqua in plastica risulta contaminato da microplastiche di diversa natura</strong>. Ad esempio, il polipropilene, utilizzato per realizzare tappi di plastica, è il materiale più presente nei campioni analizzati, seguito dal nylon.</p>



<p>Stesso discorso per l’acqua di rete, dove è stata rilevata presenza di microplastiche.<br>Puntando una lente di ingrandimento sulle acque di rete italiane, una ricerca condotta nel 2020 in collaborazione con i gestori dei servizi idrici delle città di Milano, Brescia e Torino ha evidenziato che <strong>nell’acqua di falda da cui attingono questi acquedotti la presenza di residui di microplastica è assente o limitata a pochissime particelle</strong>.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="800" height="533" src="https://www.ecospiragli.it/wp-content/uploads/2021/06/microplastiche.jpg" alt="" class="wp-image-11712" srcset="https://www.ecospiragli.it/wp-content/uploads/2021/06/microplastiche.jpg 800w, https://www.ecospiragli.it/wp-content/uploads/2021/06/microplastiche-300x200.jpg 300w, https://www.ecospiragli.it/wp-content/uploads/2021/06/microplastiche-768x512.jpg 768w, https://www.ecospiragli.it/wp-content/uploads/2021/06/microplastiche-120x80.jpg 120w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Microplastiche</strong></h2>



<p>Paragonando i risultati ottenuti nei Paesi più industrializzati con quelli registrati nelle aree in via di sviluppo, si scopre che i primi sembrano avere maggiore densità di microplastiche nelle acque di rete rispetto ai secondi, nonostante siano in possesso di migliori infrastrutture idriche.</p>



<p>Ma da dove arrivano questi frammenti di plastica? Le microplastiche primarie sono rilasciate nell’ambiente direttamente in forma di piccole particelle e derivano soprattutto dal <strong>lavaggio di capi sintetici, dall’abrasione degli pneumatici e dai cosmetici (come gli scrub)</strong>. Questa tipologia di microplastica rappresenta circa il 15/30% della totalità di frammenti presenti negli oceani.<br>Le microplastiche secondarie sono quelle da cui arriva la stragrande maggioranza di particelle nei mari (68-81%), ovvero <strong>oggetti di plastica più grandi, come bottiglie, buste o reti da pesca.</strong></p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Il problema dei contaminanti emergenti</strong></h2>



<p>Che effetti hanno le microplastiche sulla salute? Un interrogativo  che ha spinto la <strong>Comunità Europea a inserire le microplastiche tra gli elementi normati dalla nuova Direttiva Europea in materia di acqua potabile, in vigore da gennaio 2021</strong>.</p>



<p>Se il problema delle microplastiche nell’acqua da bere è destinato ad attirare sempre più l’attenzione di legislatori e gestori di servizi idrici, è possibile intervenire anche a livello domestico per eliminare totalmente la presenza dei microinquinanti. <strong>Sistemi di filtrazione avanzati, dall’Ultrafiltrazione fino all’Osmosi Inversa</strong>, come quelli realizzati da Culligan &#8211; da sempre impegnata nella sensibilizzazione verso consumi d’acqua più sicuri, consapevoli ed ecosostenibili, in grado di eliminare dall’acqua la quasi totalità delle sostanze in essa presenti, inclusi pesticidi, ormoni, composti chimici e particelle inquinanti più infinitesimali, come le microplastiche.</p>



<p>Anna Simone</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.ecospiragli.it/2021/06/08/giornata-mondiale-degli-oceani-festeggiamola-e-capiamo-da-cosa-sono-minacciati/">Giornata Mondiale degli Oceani: festeggiamola e capiamo da cosa sono minacciati</a> proviene da <a href="https://www.ecospiragli.it">Ecospiragli di Anna Simone</a>.</p>
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		<title>Giornata Mondiale dell’Acqua: italiani pronti a ridurre i consumi di plastica monouso, ma non dell&#8217;acqua in bottiglia</title>
		<link>https://www.ecospiragli.it/2021/03/22/giornata-mondiale-acqua-italiani-pronti-a-ridurre-i-consumi-di-plastica-monouso-ma-non-acqua-in-bottiglia/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Ecospiragli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Mar 2021 06:22:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inquinamento]]></category>
		<category><![CDATA[acqua in bottiglia]]></category>
		<category><![CDATA[giornata mondiale acqua 2021]]></category>
		<category><![CDATA[wwd]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Per l’acqua da bere sembra essere arrivata la svolta green, ma tra la teoria e la pratica ce ne passa!</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.ecospiragli.it/2021/03/22/giornata-mondiale-acqua-italiani-pronti-a-ridurre-i-consumi-di-plastica-monouso-ma-non-acqua-in-bottiglia/">Giornata Mondiale dell’Acqua: italiani pronti a ridurre i consumi di plastica monouso, ma non dell&#8217;acqua in bottiglia</a> proviene da <a href="https://www.ecospiragli.it">Ecospiragli di Anna Simone</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Per l’acqua da bere sembra essere arrivata la svolta green, ma tra la teoria e la pratica ce ne passa! Le bottiglie in plastica PET sono sempre più malviste dai consumatori italiani, ma se <strong>da un lato si dichiarano pronti a ridurre il proprio utilizzo di plastica monouso, dall’altro più della metà continua a consumare acqua confezionata</strong>.</p>



<p>Il quadro emerge dalla recente ricerca condotta da Toluna per Culligan International, leader mondiale nei sistemi per il trattamento dell’acqua, su un panel internazionale. Lo studio ha indagato i comportamenti legati al consumo di acqua da bere &#8211; sia in casa sia fuori casa &#8211; durante il 2020, in 11 Paesi del mondo.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Gli italiani e l’acqua in bottiglia</strong></h2>



<p>In Italia, il 76% degli intervistati si dice pronto a ridurre il ricorso alla plastica monouso. Ad esempio, sostituendo le bottiglie in PET con borracce riutilizzabili e prediligendo l’acqua del rubinetto alle minerali. Tuttavia, più della metà continua a consumare acqua in bottiglie PET.</p>



<p>Cambiare le “vecchie” abitudini non sembra essere immediato. Stando alla ricerca <a href="https://www.culligan.it/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Culligan</a>, <strong>il 59% del campione intervistato preferisce ancora consumare acqua minerale in bottiglia a casa, e il 66% fuori casa</strong>.</p>



<p>Eppure, il 60% degli intervistati italiani è consapevole sia che l’abuso di oggetti in plastica monouso, come le bottiglie d’acqua minerale, è fortemente impattante per l’ambiente, sia che la loro riciclabilità non risolve il problema ecologico. Nel nostro Paese, il tasso di riciclo della plastica è pari al 29% sul totale della raccolta (dati Corepla), mentre il resto finisce negli inceneritori o nelle discariche.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="291" src="https://www.ecospiragli.it/wp-content/uploads/2021/03/acqua-in-bottiglia-WWD2021-1024x291.jpg" alt="" class="wp-image-11617" srcset="https://www.ecospiragli.it/wp-content/uploads/2021/03/acqua-in-bottiglia-WWD2021-1024x291.jpg 1024w, https://www.ecospiragli.it/wp-content/uploads/2021/03/acqua-in-bottiglia-WWD2021-300x85.jpg 300w, https://www.ecospiragli.it/wp-content/uploads/2021/03/acqua-in-bottiglia-WWD2021-768x218.jpg 768w, https://www.ecospiragli.it/wp-content/uploads/2021/03/acqua-in-bottiglia-WWD2021-1536x437.jpg 1536w, https://www.ecospiragli.it/wp-content/uploads/2021/03/acqua-in-bottiglia-WWD2021.jpg 2012w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Infografica Culligan<br></figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Il Belpaese ha il record di acqua in bottiglia</strong></h2>



<p>La situazione non è migliorata con la pandemia, anzi. C’è stato <strong>un ulteriore aumento del consumo di acqua imbottigliata, pari a un +2% </strong>rispetto all’anno precedente.</p>



<p>Tra l’altro, <strong>l’Italia ha primato europeo per il consumo di minerali, con ben 8 miliardi l’anno di bottiglie acquistate</strong>. Come mai? Si tende a percepirle come maggiormente sicure. Quasi il 50% degli intervistati è convinto che l’acqua del rubinetto sia meno sicura di quella confezionata. Eppure l’Italia vanta uno dei migliori acquedotti a livello europeo, strettamente regolato dal Decreto 31/2001 e soggetto a costanti controlli delle Asl che certificano la salubrità dell’acqua.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Soluzioni di trattamento acqua</strong></h2>



<p>Chiunque senta la necessità di migliorarne ulteriormente le qualità organolettiche, invece di ripiegare sull’acqua imbottigliata, potrebbe <strong>optare per il trattamento dell’acqua al punto d’uso</strong>. In commercio esistono sistemi che eliminano l’odore di cloro, regolano la presenza di sali in base a gusti ed esigenze personali e addirittura refrigerano e gasano l’acqua all’istante. Insomma, una valida alternativa al consumo di acqua in bottiglie di plastica,nemiche dell’ambiente per il loro forte carico inquinante.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.ecospiragli.it/2021/03/22/giornata-mondiale-acqua-italiani-pronti-a-ridurre-i-consumi-di-plastica-monouso-ma-non-acqua-in-bottiglia/">Giornata Mondiale dell’Acqua: italiani pronti a ridurre i consumi di plastica monouso, ma non dell&#8217;acqua in bottiglia</a> proviene da <a href="https://www.ecospiragli.it">Ecospiragli di Anna Simone</a>.</p>
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		<title>Rumore: perché l’inquinamento acustico è dannoso</title>
		<link>https://www.ecospiragli.it/2021/01/15/rumore-perche-linquinamento-acustico-e-dannoso/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Ecospiragli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 Jan 2021 09:56:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inquinamento]]></category>
		<category><![CDATA[inquinamneto acustico]]></category>
		<category><![CDATA[rumore]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Fastidioso e dannoso: sono queste in estrema sintesi le particolarità del rumore. Secondo l’ultimo report dell’Agenzia Europea dell’Ambiente sull’inquinamento acustico,</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.ecospiragli.it/2021/01/15/rumore-perche-linquinamento-acustico-e-dannoso/">Rumore: perché l’inquinamento acustico è dannoso</a> proviene da <a href="https://www.ecospiragli.it">Ecospiragli di Anna Simone</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Fastidioso e dannoso: sono queste in estrema sintesi le particolarità del rumore. Secondo l’ultimo report dell’Agenzia Europea dell’Ambiente sull’inquinamento acustico, in molti dei paesi membri dell’UE il 20 % della popolazione è esposta a livelli di rumore nocivi per la salute di adulti e bambini.<br>Urgono misure di mitigazione, ma finora ce ne sono poche. Non a caso, per l’Organizzazione mondiale della sanità il rumore è la seconda causa ambientale di problemi di salute, subito dopo l’inquinamento atmosferico da particolato. Anche se sono più numerosi i decessi dovuti all’inquinamento atmosferico, quello acustico sembra avere un impatto maggiore sulla qualità della vita e sul benessere psichico.  </p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Le fonti del rumore</strong></h2>



<p>In cima alla lista nera spicca il <strong>traffico stradale</strong>: clacson delle auto, motori rumorosi, frenate sull’asfalto,  ruote dei tram sulle rotaie. C’è poi il <strong>traffico ferroviario e aereo</strong>, una sorta di sciagura per chi vive o lavora vicino a stazioni ferroviarie o aeroporti. <br>A ciò si aggiungono<strong> i rumori ambientali legati alle varie attività commerciali</strong>, dalle officine meccaniche alle discoteche (ora sono chiuse, ma riapriranno finita l’emergenza). E <strong>i rumori delle attività industriali e di</strong> <strong>quelli legati alla vita domestica</strong>, da televisori e stereo tenuti a volumi alti, all’aspirapolvere, all’asciugacapelli e alla lavatrice in funzione. <strong>Siamo circondati dal rumore</strong>. E lo capiamo bene quando andiamo in luoghi dove non primeggia, basta pensare all’ultima nostra passeggiata in montagna. </p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Rumore ed effetti sulla
salute</strong></h2>



<p>L’esposizione a lungo termine al rumore può provocare effetti negativi per la salute, tra cui <strong>irritabilità, disturbi del sonno, problematiche a carico del sistema cardiovascolare e metabolico, nonché compromissione delle facoltà cognitive</strong> nei bambini. Il quadro emerge da <a rel="noreferrer noopener" aria-label=" (apre in una nuova scheda)" href="https://www.eea.europa.eu/publications/environmental-noise-in-europe" target="_blank">L&#8217;inquinamento acustico in Europa – 2020</a>, ultimo report in materia dell’Agenzia Europea dell’Ambiente (AEE).<br> Il 20 % della popolazione europea è esposta a lungo termine a livelli di rumore nocivi per la salute. Vale a dire più di 100 milioni di persone in Europa. Le stime suscitano pessimismo: <strong>il rumore ambientale contribuisce a causare 48mila nuovi casi di cardiopatie ischemiche l’anno, oltre a 12mila decessi prematuri</strong>. E ancora, sempre stando alle stime dell’Agenzia Europea dell’Ambiente, 22 milioni di persone soffrirebbero di irritabilità cronica e 6,5 milioni di gravi disturbi cronici del sonno. Inoltre, il rumore degli aerei causerebbe una compromissione della capacità di lettura in 12.500 bambini.<br></p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Cosa fare</strong> contro il rumore</h2>



<p>È importante avere dati di partenza per affrontare in modo serio la problematica. In alcuni paesi europei  mancano mappe acustiche e piani d’azione, la cui assenza non permette di valutare e affrontare adeguatamente la questione. Per fortuna nell’UE ci sono anche paesi, regioni e città che stanno adottando misure ad hoc. Ad esempio, l&#8217;<strong>asfalto a bassa rumorosità per le strade,</strong> <strong>gli pneumatici silenziosi sui mezzi pubblici, l&#8217;aumento delle infrastrutture per le auto elettriche</strong>, <strong>la pedonalizzazione </strong>delle strade. Alcune città hanno creato anche le zone silenziose, degli spazi verdi dove rifugiarsi dal rumore urbano.<br> L&#8217;inquinamento acustico non si risolverà da solo. Anzi peggiorerà a causa dell&#8217;aumento dell’urbanizzazione e della domanda di mobilità. Servono provvedimenti urgenti. </p>



<p>Anna Simone </p>
<p>L'articolo <a href="https://www.ecospiragli.it/2021/01/15/rumore-perche-linquinamento-acustico-e-dannoso/">Rumore: perché l’inquinamento acustico è dannoso</a> proviene da <a href="https://www.ecospiragli.it">Ecospiragli di Anna Simone</a>.</p>
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		<title>Cambiamento climatico: va al 2020 il record per il riscaldamento degli oceani</title>
		<link>https://www.ecospiragli.it/2021/01/13/cambiamento-climatico-va-al-2020-il-record-per-il-riscaldamento-degli-oceani/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Ecospiragli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 Jan 2021 15:16:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inquinamento]]></category>
		<category><![CDATA[cambiamento climatico effetto]]></category>
		<category><![CDATA[cause cambiamento climatico]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>È una pessima notizia, ma va data: la temperatura media globale dell’oceano nel 2020 è il valore più caldo finora</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.ecospiragli.it/2021/01/13/cambiamento-climatico-va-al-2020-il-record-per-il-riscaldamento-degli-oceani/">Cambiamento climatico: va al 2020 il record per il riscaldamento degli oceani</a> proviene da <a href="https://www.ecospiragli.it">Ecospiragli di Anna Simone</a>.</p>
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<p>È una pessima notizia, ma va data: la temperatura media globale dell’oceano nel 2020 è il valore più caldo finora registrato. Un effetto collaterale del cambiamento climatico. A dirlo il primo studio sul riscaldamento globale degli oceani <em>Upper Ocean Temperatures Hit Record High in 2020</em>, condotto da un team internazionale di scienziati tra cui i ricercatori dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia e dell’ENEA.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Cosa emerge dallo studio</strong></h2>



<p>I cinque anni più caldi mai registrati si sono verificati a partire dal 2015, a dimostrazione che il climate change è sempre più pressante. I dati del 2020 evidenziano che lo strato dell’oceano tra la superficie e i 2mila metri di profondità, ha assorbito 20 Zettajoule di calore rispetto all’anno precedente. Impressionante se pensiamo che equivale al <strong>calore prodotto da 630 miliardi di asciugacapelli accesi</strong> <strong>giorno e notte per un anno intero</strong>. <br>Come ciliegina sulla torta, dallo studio emerge anche che <strong>la temperatura media globale dell’oceano nel 2020 è il valore più caldo finora registrato</strong>.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>L’importanza dell’oceano</strong></h2>



<p>L’oceano ha un ruolo di primo piano nella modulazione del clima della Terra. “<strong>Il 90% del calore del riscaldamento globale finisce negli oceani quindi di fatto il riscaldamento globale non è altro che il riscaldamento dell’oceano</strong>. Oceani più caldi influiscono notevolmente sulle condizioni meteorologiche locali. Come? Ad esempio generando <strong>tempeste potenti e favorendo l’innalzamento del livello del mare</strong>&#8220;, spiega Simona Simoncelli dell’INGV di Bologna e co-autrice dello studio insieme a Franco Reseghetti del <a rel="noreferrer noopener" aria-label="Centro Ricerche Ambiente Marino S. Teresa dell’ENEA (apre in una nuova scheda)" href="http://www.santateresa.enea.it/" target="_blank">Centro Ricerche Ambiente Marino S. Teresa dell’ENEA</a>. </p>



<h2 class="wp-block-heading">Decenni di <strong>riscaldamento dell’oceano</strong></h2>



<p>Da questo <a rel="noreferrer noopener" aria-label="studio (apre in una nuova scheda)" href="https://link.springer.com/article/10.1007/s00376-021-0447-x" target="_blank">studio</a> appare anche chiaro che <strong>ciascuno degli ultimi nove decenni è stato più caldo del decennio precedente</strong>. “La <strong>Terra sta diventando ogni anno più calda</strong>. Un problema non solo del mondo accademico, ma della collettività perché il cambiamento climatico influisce quotidianamente sulle nostre vite e sulla società. La vita di un numero sempre maggiore di persone è messa in serio pericolo. Ma non si sta facendo abbastanza per cercare di limitare gli effetti nefasti del cambiamento climatico globale”, evidenzia il ricercatore ENEA Franco Reseghetti.</p>



<p><strong>Pianeta e oceani sempre più caldi determinano effetti terribili</strong>. Ne sono un piccolo esempio gli incendi di vastissime dimensioni scoppiati in Australia, in parti della regione amazzonica e negli Stati Uniti occidentali. Si tratta di fenomeni estremi, ma destinati a divenire sempre più comuni in futuro. Inoltre, oceani più caldi portano a un riscaldamento maggiore dell&#8217;atmosfera e un’atmosfera più calda provoca piogge più intense, un numero maggiore di tempeste e uragani di maggiore intensità e inondazioni.</p>



<p>Ad esempio, nel <strong>Nord Atlantico quest’anno si è verificato un numero record di tempeste </strong>che hanno colpito il nord America. Lo stesso fenomeno si è verificato <strong>in Vietnam e l’arcipelago delle isole Fiji è stato recentemente devastato da un uragano di categoria 5</strong> (valore massimo). </p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Mar Mediterraneo</strong> e cambiamento climatico</h2>



<p>È  tutto il pianeta a risentire degli effetti del cambiamento climatico. Anche <strong>i Paesi dell’area mediterranea sono stati colpiti da importanti incendi estivi</strong> (Spagna, Portogallo, Grecia e Italia), e hanno subito danni da <strong>trombe d&#8217;aria e piogge di intensità estrema</strong>.<br>“Tra le aree analizzate in dettaglio in questa ricerca <strong>il Mediterraneo è il bacino che evidenzia il tasso di riscaldamento maggiore negli ultimi anni</strong>&#8220;. Una pessima notizia.</p>



<p>Anna Simone</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.ecospiragli.it/2021/01/13/cambiamento-climatico-va-al-2020-il-record-per-il-riscaldamento-degli-oceani/">Cambiamento climatico: va al 2020 il record per il riscaldamento degli oceani</a> proviene da <a href="https://www.ecospiragli.it">Ecospiragli di Anna Simone</a>.</p>
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		<title>Inquinamento atmosferico e coronavirus: non c’è legame</title>
		<link>https://www.ecospiragli.it/2021/01/04/inquinamento-atmosferico-e-coronavirus-non-ce-legame/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Ecospiragli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 Jan 2021 17:51:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inquinamento]]></category>
		<category><![CDATA[coronavirus inquinamento]]></category>
		<category><![CDATA[inquinamento e coronavirus]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L&#8217;inquinamento atmosferico non è responsabile della maggiore diffusione del nuovo coronavirus in alcune aree del nostro Paese. A dirlo è</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>L&#8217;inquinamento atmosferico non è responsabile della maggiore diffusione del nuovo coronavirus in alcune aree del nostro Paese. A dirlo è una ricerca dell’Istituto di scienze dell&#8217;atmosfera e del clima del Cnr e dell’Arpa Lombardia, che spariglia le carte in tavola. Alcuni studi condotti gli scorsi mesi avevano avanzato l’ipotesi del legame, soprattutto a fronte dei numerosi casi registrati in nord Italia durante la prima ondata. Ora &#8211; dopo aver analizzato le concentrazioni di SARS-CoV-2 in aria a Milano e Bergamo e studiato l’interazione con le altre particelle presenti in atmosfera &#8211; i ricercatori sono giunti alla conclusione che <strong>lo smog non influenza la diffusione di questo virus</strong>.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Cosa dice la ricerca del Cnr e dell’Arpa</strong></h2>



<p>Lo studio, pubblicato sulla rivista scientifica Environmental Research, ha analizzato i dati dell’inverno 2020 degli ambienti outdoor per le città di Milano e Bergamo, tra i focolai di COVID-19 più rilevanti.<br> “Tra <strong>le tesi avanzate spicca quella che mette in relazione la diffusione virale con i parametri atmosferici</strong>. L&#8217;ipotesi era che scarsa ventilazione e stabilità atmosferica (tipiche della Pianura Padana in inverno) e la forte presenza di particolato atmosferico potessero favorire la trasmissione in aria del contagio”, spiega Daniele Contini, ricercatore di <a rel="noreferrer noopener" aria-label="Cnr-Isac (apre in una nuova scheda)" href="https://www.isac.cnr.it/" target="_blank">Cnr-Isac</a>. <br> È stato <strong>supposto che le micro particelle inquinanti potessero formare degli agglomerati con le emissioni respiratorie delle persone infette, favorendone la diffusione</strong>. <br>Nella ricerca sono state stimate le concentrazioni di particelle virali in atmosfera a Milano e Bergamo in relazione al numero dei positivi nel periodo di studio e i risultati hanno mostrato <strong>concentrazioni molto basse, inferiori a una particella virale per metro cubo di aria</strong>. </p>



<h2 class="wp-block-heading">Particelle virali e inquinamento atmosferico</h2>



<p><br>“Anche ipotizzando una quota di infetti pari al 10% della popolazione (circa 140mila a Milano e 12mila a Bergamo), sarebbero necessarie, in media, 38 ore a Milano e 61 ore a Bergamo per inspirare una singola particella virale. A ciò va aggiunto che <strong>una singola particella virale può non essere sufficiente a trasmettere il contagio</strong>”, prosegue Contini. La maggiore probabilità di trasmissione in aria del contagio, appare quindi trascurabile.</p>



<p>&#8220;È possibile che le particelle virali formino degli agglomerati con nanoparticelle più piccole del virus, ma oltre a essere una probabilità trascurabile, ciò non cambia in maniera significativa la massa delle particelle virali o il loro tempo di permanenza in atmosfera. Il particolato atmosferico quindi non sembra agire come veicolo del coronavirus”, conclude Franco Belosi, ricercatore Cnr-Isac di Bologna.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>La speranza nella scienza</strong></h2>



<p>Che dire… rimangono da capire ancora molte cose su questo <a rel="noreferrer noopener" aria-label="nuovo coronavirus (apre in una nuova scheda)" href="https://www.ecospiragli.it/2020/03/23/coronavirus-notizie-i-falsi-rimedi-naturali-per-sconfiggerlo/" target="_blank">nuovo coronavirus</a> che ha cambiato la vita di molti di noi. <br>Non rimane che <strong>continuare a tenere le distanze, a usare le mascherine, a lavare le mani e ad avere fiducia nei vaccini </strong>anti Covid-19.</p>



<p><strong>Anna Simone</strong></p>
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		<title>Rimozione amianto: cosa fare e a chi rivolgersi</title>
		<link>https://www.ecospiragli.it/2020/09/11/rimozione-amianto-cosa-fare-a-chi-rivolgersi/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Ecospiragli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Sep 2020 13:09:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inquinamento]]></category>
		<category><![CDATA[amianto]]></category>
		<category><![CDATA[rimozione amianto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Scoprire dei manufatti in amianto non è una bella notizia. Ma se capita, cosa bisogna fare? Per la rimozione dell’amianto</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.ecospiragli.it/2020/09/11/rimozione-amianto-cosa-fare-a-chi-rivolgersi/">Rimozione amianto: cosa fare e a chi rivolgersi</a> proviene da <a href="https://www.ecospiragli.it">Ecospiragli di Anna Simone</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Scoprire dei
manufatti in amianto non è una bella notizia. Ma se capita, cosa bisogna fare?
Per la rimozione dell’amianto è sempre sbagliato il fai da te perché si tratta
di un materiale cancerogeno e quindi molto pericoloso. </p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>A chi rivolgersi</strong></h2>



<p>Ogni regione ha un inter differente, ad ogni modo i soggetti da tenere in considerazione sono: Arpa, Comune, Asl e ditta di rimozione amianto autorizzata.<br>Tra l’altro, un conto è se si è proprietari del manufatto in amianto, un altro se i proprietari sono altre persone. In quest’ultimo caso, <strong>se un cittadino vuole segnalare la presenza di un manufatto in cemento amianto di proprietà di terzi e richiedere un intervento, va inoltrata una segnalazione</strong> al Comune e all’Asl e dar via così all’iter per la verifica dello stato di degradazione e dell’eventuale rimozione.</p>



<p><strong>Se si è proprietari del manufatto in cemento amianto, invece, si ha l’obbligo</strong> di verifica dello stato di conservazione, che deve essere fatta da tecnico, che lo valuterà. </p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Condizioni del manufatto in amianto</strong></h2>



<p>&#8211;<strong>Qualora il manufatto risulti in buone condizioni</strong> va prevista una valutazione periodica su indicazione del tecnico.</p>



<p>-Se<strong> il manufatto necessita di manutenzione</strong>, la valutazione dovrà indicare le modalità di intervento, la relativa tempistica e il calendario di verifica periodica dello stato di manutenzione con cadenza almeno annuale.</p>



<p>-Ne caso in cui<strong> il manufatto vada rimosso</strong>, la valutazione deve prevedere la tempistica per l&#8217;esecuzione dell&#8217;intervento, da effettuare al massimo entro un anno dal sopralluogo di valutazione. I costi sono a carico del proprietario. </p>



<h2 class="wp-block-heading">Ditte di rimozione amianto</h2>



<p><br><strong>Ci si deve rivolgere solo a una ditta autorizzata</strong>, <a rel="noreferrer noopener" aria-label="un elenco è consultabile a questo link ufficiale (apre in una nuova scheda)" href="https://www.albonazionalegestoriambientali.it/Public/ElenchiIscritti" target="_blank">un elenco è consultabile a questo link ufficiale</a>, basta scegliere a seconda del caso la categoria. <strong>10A</strong> (per materiali edili contenenti amianto legato in matrici cementizie o resinoidi), oppure <strong>10B</strong> (per materiali d&#8217;attrito, materiali isolanti (pannelli, coppelle, carte e cartoni, tessili, materiali spruzzati, stucchi, smalti, bitumi, colle, guarnizioni, altri materiali isolanti, contenitori a pressione, apparecchiature fuori uso, altri materiali incoerenti contenenti amianto).</p>



<p>La ditta predispone un piano di lavoro come previsto dalla normativa D. Lgs 81/08 e lo presenta alla U.F. PISLL competente per territorio <strong>almeno 30 giorni prima dell&#8217;esecuzione dei lavori</strong>.</p>



<p>Anna Simone</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.ecospiragli.it/2020/09/11/rimozione-amianto-cosa-fare-a-chi-rivolgersi/">Rimozione amianto: cosa fare e a chi rivolgersi</a> proviene da <a href="https://www.ecospiragli.it">Ecospiragli di Anna Simone</a>.</p>
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		<item>
		<title>Inquinamento atmosferico, gli allevamenti sono un falso nemico da combattere</title>
		<link>https://www.ecospiragli.it/2020/05/25/inquinamento-atmosferico-allevamenti-falso-nemico-da-combattere/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Ecospiragli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 May 2020 09:45:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inquinamento]]></category>
		<category><![CDATA[inquinamento ambientale]]></category>
		<category><![CDATA[inquinamento aria]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Per vincere aiuta avere una strategia e conoscere il nemico. La lotta all’inquinamento atmosferico è una battaglia su cui dobbiamo</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.ecospiragli.it/2020/05/25/inquinamento-atmosferico-allevamenti-falso-nemico-da-combattere/">Inquinamento atmosferico, gli allevamenti sono un falso nemico da combattere</a> proviene da <a href="https://www.ecospiragli.it">Ecospiragli di Anna Simone</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Per vincere aiuta avere una strategia e conoscere il nemico. La lotta all’inquinamento atmosferico è una battaglia su cui dobbiamo avere la meglio a tutti i costi, suppongo che molti di voi siano d’accordo con me. Questo post nasce da una riflessione: nei giorni scorsi ho letto numerosi articoli di giornale legati a dei <a rel="noreferrer noopener" aria-label="report dell’Ispra (apre in una nuova scheda)" href="https://www.isprambiente.gov.it/it/events/il-quadro-emissivo-in-italia" target="_blank">report dell’Ispra</a> (l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale), <strong>sull’inquinamento atmosferico causato in primis dagli allevamenti</strong>, mi riferisco alla descrizione dello stato emissivo nazionale fornita dal National Inventory Report 2020 e dall’Informative Inventory Report 2020, presentati di recente. <br><strong>La notizia è falsa. I dati emersi non ci dicono che gli allevamenti animali sono la causa principale della cattiva qualità aria.</strong> Purtroppo, scrivere e leggere news non corrispondenti al vero sono azioni che alterano la visione della realtà e danneggiano eventuali strategie per arginare le cause effettive dell’aria malsana.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Che
cos’è l’inquinamento atmosferico</strong></h2>



<p>Parto dall’inizio, così che possiate farvi un’idea precisa. “L&#8217;inquinamento dell&#8217;aria è dato dalla contaminazione dell&#8217;ambiente indoor o outdoor da parte di agenti chimici, fisici o biologici che modificano le caratteristiche naturali dell&#8217;atmosfera. <strong>Gli apparecchi per il riscaldamento delle case, i motori dei veicoli, gli impianti industriali e gli incendi boschivi sono comuni sorgenti di inquinamento atmosferico</strong>. Tra gli inquinanti di grande interesse per la salute pubblica spiccano il particolato (PM10), il monossido di carbonio (CO), l&#8217;ozono (O<sub>3</sub>), il biossido di azoto (NO<sub>2</sub>) e quello di zolfo (SO<sub>2</sub>)”, spiegano dall’Ispra.<br>Gli studi scientifici hanno messo in evidenza che l&#8217;inquinamento atmosferico danneggia sia la salute umana sia l&#8217;ambiente: lo sappiamo da tempo, anche se solo di recente è rientrato nelle problematiche internazionali da risolvere o per lo meno contrastare.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Inquinamento atmosferico in Italia</h2>



<p><strong>In Italia, le emissioni di molti inquinanti atmosferici sono diminuite notevolmente negli ultimi decenni</strong>, con conseguente miglioramento della qualità dell&#8217;aria; tuttavia, le concentrazioni di inquinanti atmosferici sono ancora troppo elevate e i problemi di qualità dell&#8217;aria persistono. <br> Perché? Direte voi.<br> “Questo accade anche perché il rapporto tra emissioni (ciò che esce dai tubi di scappamento delle automobili o dai camini di case e industrie) e concentrazioni in atmosfera degli inquinanti (che descrivono la qualità dell&#8217;aria che effettivamente respiriamo) non è diretto e lineare: <strong>la concentrazione osservata e la sua variabilità nel tempo e nello spazio dipendono infatti, oltre che dal carico emissivo, da altri fattori, legati alla meteorologia e alla reattività chimica delle specie emes</strong>se. Questo vale ad esempio per PM10, O<sub>3</sub>, NO<sub>2</sub> che, in parte o interamente, si formano in atmosfera a partire da altre sostanze dette &#8220;precursori&#8221;.</p>



<p>Quindi gli esperti del settore devono stimare le emissioni (attraverso gli inventari delle emissioni in atmosfera), e <strong>misurare le concentrazioni per valutare la qualità dell&#8217;aria in modo da poter studiare i fenomeni e pianificare una serie di misure</strong> e azioni da intraprendere con dei piani e dei programmi di risanamento della qualità dell&#8217;aria.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="800" height="533" src="https://www.ecospiragli.it/wp-content/uploads/2020/05/inquinamento-atmoferico-cause.jpg" alt="inquinamento aria cause" class="wp-image-11191" srcset="https://www.ecospiragli.it/wp-content/uploads/2020/05/inquinamento-atmoferico-cause.jpg 800w, https://www.ecospiragli.it/wp-content/uploads/2020/05/inquinamento-atmoferico-cause-300x200.jpg 300w, https://www.ecospiragli.it/wp-content/uploads/2020/05/inquinamento-atmoferico-cause-768x512.jpg 768w, https://www.ecospiragli.it/wp-content/uploads/2020/05/inquinamento-atmoferico-cause-120x80.jpg 120w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Le
maggiori fonti di inquinamento atmosferico nel nostro Paese</strong></h2>



<p>È importante individuare le cause esatte per risolvere il problema della cattiva qualità dell’aria che respiriamo tutti noi.<br>La classifica delle principali fonti di inquinamento nel Belpaese varia a seconda dell’inquinante che si considera. <strong>Tra le principali fonti emissive dei più diffusi inquinanti spiccano </strong>quelli che seguono (dati Italian Emission Inventory 1990-2018. Informative Inventory Report 2020).</p>



<p><strong>NOx (Ossidi di azoto): </strong>la <strong>principale
fonte di emissioni è il trasporto su strada</strong> (circa il 43% nel 2018), che
mostra una riduzione del 71% tra il 1990 e il 2018; le altre sorgenti mobili
nel 2018 contribuiscono alle emissioni totali per il 19% e si sono ridotte del
51% dal 1990. La <strong>produzione di energia e
l’industria</strong> mostrano una diminuzione di circa il 91% e il 77%,
rispettivamente, con una quota sul totale di circa il 6% e il 9% nel 2018. Tra
i settori interessati, l’unico che evidenzia <strong>un aumento delle emissioni è rappresentato dal riscaldamento</strong> che
mostra un aumento del 36%, pari al 13% del totale. </p>



<p><strong>COVNM (Composti Organici Volatili
diversi dal metano): </strong>sono, insieme
agli NOx, tra i principali precursori dell’ozono (O3) e del materiale
particolato (PM). <strong>La principale sorgente
dei COVNM è costituita dall’uso dei solventi, anche a livello domestico</strong>. Il
trend delle emissioni mostra una riduzione di circa il 54% tra il 1990 e il 2018,
da 1.965 Gg a 913 Gg. L’uso di solventi è la principale fonte di emissioni,
contribuendo al totale con il 39% e mostrando una diminuzione di circa il 41%
rispetto al 1990. Le emissioni da riscaldamento, pari al 19% del totale nel
2018, mostrano il maggiore aumento (71%). <strong>Le
emissioni provenienti dall’agricoltura diminuiscono di circa il 10%</strong> e sono
pari al 15% del totale nazionale nel 2018. Le principali riduzioni riguardano
il settore dei trasporti su strada (-85%), che rappresenta il 12% del totale e
il settore dell’estrazione e distribuzione di combustibili (-60%), che
rappresentano solo il 4%. </p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>PM10 (Materiale Particolato &lt;10µm)
primario</strong></h2>



<p>Le
emissioni nazionali di PM10 mostrano un andamento decrescente nel periodo
1990-2018, da 296 Gg a 177 Gg con una riduzione di circa il 40%. La <strong>principale fonte di emissioni è costituita
dal riscaldamento</strong> (54% nel 2018), che è l’unico settore che aumenta le
proprie emissioni, di circa il 41%, a causa dell’aumento della combustione di
legna per il riscaldamento residenziale. Il <strong>trasporto stradale rappresenta il 12% delle emissioni totali</strong> nel
2018 (trasporti –nei grafici-comprende navi e aerei) e diminuisce del 64% a
causa dell’introduzione delle pertinenti direttive europee che controllano e
limitano le emissioni di PM dalle automobili.</p>



<p>Nel 2018 le altre sorgenti mobili, pari al 5% del totale, mostrano una riduzione di circa il 72% in considerazione dell’attuazione delle direttive europee in materia di macchinari. Le<strong> emissioni della combustione nell’industria </strong>rappresentano circa il 4% del totale e diminuiscono di circa il 71%. Le emissioni dei processi industriali, che rappresentano l’8% del totale, nel 2018 diminuiscono di circa il 49% rispetto al 2018. Il calo maggiore (-98%) si osserva nelle emissioni derivanti dalla produzione di energia, il cui contributo alle emissioni totali è quasi irrilevante nel 2018 e inferiore all’1%.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="983" height="715" src="https://www.ecospiragli.it/wp-content/uploads/2020/05/inquinamento-aria-rimedi.jpg" alt="" class="wp-image-11192" srcset="https://www.ecospiragli.it/wp-content/uploads/2020/05/inquinamento-aria-rimedi.jpg 983w, https://www.ecospiragli.it/wp-content/uploads/2020/05/inquinamento-aria-rimedi-300x218.jpg 300w, https://www.ecospiragli.it/wp-content/uploads/2020/05/inquinamento-aria-rimedi-768x559.jpg 768w, https://www.ecospiragli.it/wp-content/uploads/2020/05/inquinamento-aria-rimedi-90x65.jpg 90w" sizes="(max-width: 983px) 100vw, 983px" /></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Le
emissioni nel settore agricolo e degli allevamenti sono diminuite </strong></h2>



<p>La parola chiave è il verbo diminuire, non aumentare come è comparso nel titolo di vari articoli di giornale. Nel focus sulle emissioni di agricoltura e allevamenti dei report presentati dall’Ispra si fa riferimento ai gas serra e quindi alla riduzione in termini di CO<sub>2</sub> equivalente.<br><strong>Dal 1990 le emissioni sono scese del 13%</strong> per la riduzione del numero dei capi, delle superfici e produzioni agricole, dell’uso dei fertilizzanti sintetici e dei cambiamenti nei metodi di gestione delle deiezioni. <br> “Il fattore maggiormente trainante è stato la sostanziale <strong>riduzione del numero dei capi, in particolare delle categorie animali (bovini e suini) che contribuiscono maggiormente alle emissioni di gas serra</strong>: vacche da latte (-36%), altri bovini (-17%) e scrofe (-14%), mentre gli altri suini sono aumentati (+4%). <strong>Altri fattori che hanno inciso sulle variazioni sono stati i cambiamenti nella gestione dei ricoveri e degli stoccaggi</strong>. Nel primo caso, ciò ha determinato una variazione nella produzione dei reflui zootecnici per i bovini, con una riduzione della produzione di liquami (dovuto probabilmente a un minore uso di lettiera o minore uso di acqua), che sono maggiormente emissivi in riferimento al metano. Nel secondo caso, la diffusione dei digestori anaerobici per la produzione di biogas a scopi energetici, ha contribuito alla riduzione delle emissioni”, spiegano dall’Ispra.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Emissioni legate ai terreni agricoli</h2>



<p>Per quanto riguarda le emissioni dai suoli agricoli, oltre alla riduzione del numero dei capi, hanno contribuito due altri fattori. Da una parte, <strong>la riduzione dell’uso dei fertilizzanti chimici</strong> (-41% rispetto al 1990), che sarà stato anche determinato dalla riduzione delle superfici e produzioni agricole, e dall’altra, la <strong>riduzione delle emissioni di ammoniaca</strong>, dovuta alla diffusione delle tecniche di riduzione delle emissioni in particolare nelle fasi di stoccaggio e spandimento dei reflui zootecnici, che ha contribuito alla riduzione delle emissioni indirette di protossido di azoto. </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="980" height="717" src="https://www.ecospiragli.it/wp-content/uploads/2020/05/inquinamento-report-ispra.jpg" alt="" class="wp-image-11193" srcset="https://www.ecospiragli.it/wp-content/uploads/2020/05/inquinamento-report-ispra.jpg 980w, https://www.ecospiragli.it/wp-content/uploads/2020/05/inquinamento-report-ispra-300x219.jpg 300w, https://www.ecospiragli.it/wp-content/uploads/2020/05/inquinamento-report-ispra-768x562.jpg 768w, https://www.ecospiragli.it/wp-content/uploads/2020/05/inquinamento-report-ispra-90x65.jpg 90w" sizes="(max-width: 980px) 100vw, 980px" /></figure>



<h2 class="wp-block-heading">Conclusione personale</h2>



<p>In
estrema sintesi, <strong>non è vero che gli
allevamenti intensivi sono tra le cause principali dell’inquinamento
atmosferico</strong>. Affermare questo significa affrontare il problema della
cattiva qualità aria con un preconcetto. Bisogna partire dai dati e i dati dei
Rapporti dell’Ispra ci dicono che <strong>nel
settore agricolo le emissioni prodotte costituiscono solo il 7% delle emissioni
di gas serra, circa 30 milioni di tonnellate di CO<sub>2</sub> equivalente</strong>.
La maggior parte di queste (cioè di questo 7%) deriva dagli allevamenti, in
particolare dalle categorie di bestiame bovino e suino, mentre il rimanente
proviene dall’uso dei fertilizzanti sintetici.</p>



<p><em>Anna Simone</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.ecospiragli.it/2020/05/25/inquinamento-atmosferico-allevamenti-falso-nemico-da-combattere/">Inquinamento atmosferico, gli allevamenti sono un falso nemico da combattere</a> proviene da <a href="https://www.ecospiragli.it">Ecospiragli di Anna Simone</a>.</p>
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		<title>L’inquinamento dell’aria può influenzare diffusione e mortalità per Covid-19</title>
		<link>https://www.ecospiragli.it/2020/04/20/inquinamento-aria-diffusione-mortalita-covid/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Ecospiragli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Apr 2020 12:48:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inquinamento]]></category>
		<category><![CDATA[covid]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sbagliato non stupirsi, eppure sta accadendo. L’inquinamento dell’aria può contribuire a peggiorare la faccenda del Covid-19, ma non siamo più</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.ecospiragli.it/2020/04/20/inquinamento-aria-diffusione-mortalita-covid/">L’inquinamento dell’aria può influenzare diffusione e mortalità per Covid-19</a> proviene da <a href="https://www.ecospiragli.it">Ecospiragli di Anna Simone</a>.</p>
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<p>Sbagliato non stupirsi, eppure sta accadendo. L’inquinamento dell’aria può contribuire a peggiorare la faccenda del Covid-19, ma non siamo più di tanto sorpresi. Un po’ perché siamo stanchi per le settimane di isolamento e un po’ perché lo intuivamo, visto che prima del coronavirus l&#8217;inquinamento atmosferico uccideva 7 milioni di persone all&#8217;anno.</p>



<p>La diffusione in tutto il mondo del Covid-19 sembra presentare, nei diversi focolai, notevoli differenze per tassi epidemici e per mortalità. Uno studio pubblicato sulla <a href="https://www.mdpi.com/search?q=&amp;journal=atmosphere&amp;sort=pubdate&amp;page_count=50" target="_blank" rel="noreferrer noopener" aria-label="rivista scientifica Atmosphere (apre in una nuova scheda)">rivista scientifica Atmosphere</a> dall’Istituto di scienze dell&#8217;atmosfera (Isac) e del clima del Cnr di Lecce e Roma affronta <strong>l&#8217;interazione tra inquinamento dell’aria e Covid -19</strong> . </p>



<h2 class="wp-block-heading">Lo studio</h2>



<p>“È <strong>plausibile che l&#8217;esposizione di lungo periodo all&#8217;inquinamento atmosferico possa aumentare la vulnerabilità degli esposti al Covid-19</strong> a contrarre, se contagiati, forme più importanti. Tuttavia, deve ancora essere stimato il peso dell&#8217;inquinamento rispetto ad altri fattori concomitanti&#8221;, spiegano <strong>Daniele Contini e Francesca Costabile di Cnr-Isac</strong>. </p>



<p>I dati mostrano <strong>focolai in aree con livelli di inquinamento</strong> <strong>diversi tra loro</strong>, ma quelli sui contagi sono legati ad attendibilità, precisione e completezza dei conteggi e alla modalità di esecuzione dei tamponi.</p>



<p>La ricerca affronta anche la trasmissione del virus in aria (detta “airborne”). “Un tema ritenuto dagli autori dello studio plausibile, anche se non è stato determinato <strong>quanto incida rispetto ad altre forme di trasmissione quali il contatto diretto e indiretto </strong>attraverso<strong> superfici contaminate</strong>”, prosegue Contini.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Trasmissione
</h2>



<p><strong>La trasmissione airborne può avvenire</strong>: </p>



<p>&#8211;<strong>attraverso le goccioline</strong> di diametro relativamente grande (&gt; 5 µm), emesse da una persona contagiata con starnuti o colpi di tosse, che sono a breve distanza (1-2 metri) dal punto di emissione;</p>



<p>-oppure <strong>attraverso il bioaerosol</strong> <strong>emesso durante la respirazione e con il parlato</strong>, o il residuo secco che rimane dopo l’evaporazione, di dimensioni più piccole (&lt; 5 µm), che può rimanere in sospensione per tempi maggiori.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Differenza
tra ambienti</h2>



<p>I margini di incertezza sono ampi. Per valutare  la probabilità di contagio attraverso l&#8217;<strong>airborne </strong> si deve  <strong>distinguere tra ambienti interni ed esterni</strong>, tenendo conto di molti parametri, tra cui le concentrazioni di virus in aria e il loro tempo di vita.</p>



<p><strong>Per il tempo di vita si parla di circa un’ora in condizioni </strong>controllate<strong> di laboratorio, mentre in esterno il tempo potrebbero essere ridotto dall’influenza d</strong>i temperatura, umidità e radiazione solare, che possono minare le capacità infettive del virus.</p>



<p>&nbsp;“<strong>In esterno</strong>, le concentrazioni di virus rilevate in aree pubbliche a Wuhan sono al limite della rilevabilità (&lt; 3 particelle virali/m3), in confronto alle tipiche concentrazioni di particolato nelle aree urbane inquinate, che possono arrivare a 100 miliardi di particelle/m3. Quindi la probabilità di trasmissione con questo meccanismo in outdoor sembra essere molto bassa. </p>



<h2 class="wp-block-heading">Ipotesi</h2>



<p>Tuttavia, vi può essere una <strong>maggiore probabilità in specifici ambienti indoor, come ospedali, aree di quarantena o mezzi pubblici.</strong> In questi ambienti, la sorgente è più intensa e la dispersione in aria più limitata, per cui si possono osservare concentrazioni elevate e condizioni microclimatiche favorevoli alla sopravvivenza del virus. </p>



<p><em>Anna Simone</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.ecospiragli.it/2020/04/20/inquinamento-aria-diffusione-mortalita-covid/">L’inquinamento dell’aria può influenzare diffusione e mortalità per Covid-19</a> proviene da <a href="https://www.ecospiragli.it">Ecospiragli di Anna Simone</a>.</p>
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		<title>Coronavirus: in aumento le intossicazioni da disinfettanti</title>
		<link>https://www.ecospiragli.it/2020/03/24/coronavirus-in-aumento-le-intossicazioni-da-disinfettanti/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Ecospiragli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Mar 2020 15:25:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inquinamento]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Attenzione a fare i chimici: produrre in casa dei disinfettanti potrebbe essere pericoloso. Il Centro antiveleni dell&#8217;Ospedale Niguarda di Milano</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.ecospiragli.it/2020/03/24/coronavirus-in-aumento-le-intossicazioni-da-disinfettanti/">Coronavirus: in aumento le intossicazioni da disinfettanti</a> proviene da <a href="https://www.ecospiragli.it">Ecospiragli di Anna Simone</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Attenzione a fare i chimici: produrre in casa dei disinfettanti potrebbe essere pericoloso. Il Centro antiveleni dell&#8217;Ospedale Niguarda di Milano segnala che<strong> le intossicazioni domestiche sono aumentate del 65% in età adulta e del 135% in età pediatrica</strong>.</p>



<p>Sappiamo che
sulle superfici il coronavirus è annientato da soluzioni a base di alcool e
cloro, alcune si possono realizzare in casa, ma bisogna seguire procedimenti precisi,
altrimenti rischiamo di farci male.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>L’allarme</strong> disinfettanti fai da te</h2>



<p> “C&#8217;è chi seguendo tutorial online e ricette fai da te, <strong>prepara miscele di sostanze chimiche non compatibili tra loro, oppure chi imbeve le mascherine con quantità eccessive di sostanze chimiche</strong> e poi le indossa, inalandone un elevato dosaggio. C’è anche chi &#8211; e sono purtroppo i casi più frequenti &#8211; riempie la casa di bottiglie di disinfettati commerciali o preparati artigianalmente, e li<strong> lascia in bottigliette non etichettate, alla portata dei bambini</strong>. Questi ultimi sono più esposti, a dimostrarlo l’incremento delle intossicazioni pediatriche arrivato al 135%. Proprio per loro dobbiamo prestare la massima attenzione, i più piccoli infatti trovano in casa questi contenitori non custoditi e li ingeriscono accidentalmente”, commenta<strong> Franca Davanzo, direttore del Centro antiveleni di Niguarda</strong>.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Cosa fare</strong></h2>



<p>Non improvvisarsi chimici, <strong>meglio acquistare prodotti già pronti in vendita, che in ogni caso non devono essere mischiati tra di loro</strong> (come riportato sul retro delle confezioni). In caso si vogliano auto produrre, va prestata la massima attenzione, seguendo alla lettera<a rel="noreferrer noopener" aria-label=" ricetta e procedimento (apre in una nuova scheda)" href="https://www.ecospiragli.it/2020/03/11/coronavirus-come-sanificare-superfici/" target="_blank"> ricetta e procedimento</a> che devono provenire da fonti ufficiali.</p>



<p><strong>Mai lasciare i contenitori dei prodotti alla portata dei bambini</strong> e in caso di ingestione accidentale prima di recarsi in pronto soccorso &#8211; soprattutto in queste settimane di emergenza da coronavirus &#8211; è bene <strong>chiamare il <a href="https://www.ospedaleniguarda.it/strutture/info/centro-antiveleni">centro antiveleni</a> 02 66 10 10 29</strong> (numero unico in tutta Italia). In questo modo la gestione telefonica dell’emergenza consente di capire se è necessario o meno un accesso al pronto soccorso.</p>



<p><em>Anna Simone</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.ecospiragli.it/2020/03/24/coronavirus-in-aumento-le-intossicazioni-da-disinfettanti/">Coronavirus: in aumento le intossicazioni da disinfettanti</a> proviene da <a href="https://www.ecospiragli.it">Ecospiragli di Anna Simone</a>.</p>
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