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Alimenti plant based: le critiche degli ambientalisti

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Dalla finta carne alle finte uova. Ce ne sono a iosa di cibi a base di proteine vegetali che richiamano il sapore di quelle di origine animale. Stiamo vivendo un pieno boom e gli scaffali dei supermercati che aumentano di mese in mese lo spazio dedicato al settore vegan ne sono una lampante dimostrazione. Eppure ci sono delle criticità: lo scenario non è così a impatto zero come sembra. Colpa delle aziende che hanno investito in questo business avvolto dall’alone green, ma non sulla propria sostenibilità ambientale.

Secondo Boston Consulting Group, società di consulenza strategica, i consumi di prodotti alternativi a quelli di origine animale arriveranno a 97 milioni di tonnellate l’anno, sostituendo l’11% degli acquisti attuali, per un fatturato globale di 290 miliardi di dollari nel 2035. Non bruscolini. Tutto bene dunque? Sul fronte green no.

I prodotti a base vegetale non sono sempre green

In un recente articolo del New York Times si punta il dito contro le realtà industriali legate al mercato dei prodotti a base vegetale, capaci sì di riproporre almeno in parte gli iconici sapori tradizionali della vera carne – dal pollo alla bistecca, senza tralasciare l’hamburger- ma non di salvaguardare l’ecosistema. Il problema è che queste aziende non sono trasparenti sulle emissioni, quindi non c’è certezza sulla reale sostenibilità ambientale della loro offerta di referenze. In soldoni, proporre cibi vegetali alternativi alla carne non si traduce in automatico in un minor tasso di inquinamento.

“Non abbiamo informazioni sufficienti per affermare che Beyond Meat, azienda alimentare plant-based, sia diversa da JBS, la più grande azienda di lavorazione della carne nel mondo “, ha affermato Roxana Dobre, manager della ricerca sui beni di consumo di Sustainalytics, società che valuta la sostenibilità delle aziende in base al loro impatto ambientale”.

Le aziende che puntano sul vegetale non sono sempre trasparenti

Di primo acchito sembra logico ritenere che le realtà aziendali alimentari plant based siano più sostenibili a livello ambientale rispetto ai trasformatori di carne. Di fatto né Beyond Meat né Impossible Foods, sua maggiore concorrente, rivelano la quantità totale di emissioni di gas serra generata dai loro cibi “veg” in tutti gli step di produzione o lungo le filiere di approvvigionamento. Inoltre, non sono pubblici nemmeno i loro impatti sulle foreste, né tantomeno il loro consumo idrico.

Incredibile, ma vero. Basta andare sul sito internet delle aziende in questione per farsi un’idea più precisa. Prendiamo la prima azienda citata, nota in tutto il mondo. Compare subito l’invito a proteggere il pianeta e sono presenti molte caratteristiche sui prodotti, incluse le liste degli ingredienti. Queste ultime sono lunghissime, ad esempio per le salsicce plant-based abbiamo contato 29 voci di ingredientistica, nel caso dei veg-burger 22, le altre referenze viaggiano sulla stessa lunghezza d’onda.

Andando alla ricerca degli aspetti legati alla sostenibilità, nascosti tra le missioni aziendali, c’è un piccolo riquadro con un solo dato riferito al 2018 e legato a una ricerca universitaria: è riportato un 90% di CO2 in meno per prodotto. Dobbiamo però credergli sulla parola, perché non ci sono rimandi ai calcoli.

E l’approvvigionamento sostenibile delle materie prime, l’impatto idrico, le certificazioni di sostenibilità da parte di enti terzi, la riciclabilità degli imballaggi, le emissioni di carbonio per tonnellata di prodotto finito? Non ci sono menzioni. Si tratta di una multinazionale strutturata, dovrebbero esserci interi dossier ad hoc, invece sono riportate solo un paio di frasi dedicate all’impatto ambientale dell’azienda. Poche informazioni che si traducono in poca trasparenza, il che cozza con una realtà aziendale che si propone di “nutrire” un futuro migliore.

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